domenica 2 aprile 2023

Il caso a volte funziona

Da un paio di mesi avevo in sospeso, per la lettura, un giallo di Carol Carnac, scrittrice che non conoscevo e che, dalle note bibliografiche di copertina, ho appreso che è lo pseudonimo di Edith Caroline Rivett, che comunque non conoscevo, nata nel 1894 e morta nel 1958.

Lo avevo comprato influenzato dalla fascetta che lo qualificava tra i clasici del giallo inglese.

Nei giorni scorsi ho letto il romanzo e mi sono riconciliato con il caso che ogni tanto mi spinge a scegliere in libreria un romanzo del tutto estraneo agli autori ed ai percorsi a me noti.

Ultimamente non ne avevo azzeccati, ma questo è un bel giallo, con una trama solida, dei personaggi ben caratterizzati, senza quelle porcherie e perversioni che ormai troviamo in quasi tutti i romanzi (non solo gialli) contemporanei.

Una scrittura fluida (grazie anche alla traduttrice, suppongo) che riporta alle trame inglesi più classiche, con l'inizio tranquillo, per arrivare ad un crescendo di colpi di scena, lasciando il lettore nell'incertezza su chi possa essere, tra i vari personaggi, il colpevole.

L'autrice, come già detto, è deceduta nel 1958, quindi i suoi romanzi della maturità, come il presente, sono ambientati nell'Inghilterra del dopo guerra e vi ho trovato numerosi richiami a quel periodo.

Dal tentativo di superare l'ostilità verso austriaci, tedeschi e italiani, definiti "ex nemici", fino ad un aspetto che mi ha fatto tornare in mente la mia insegnante di inglese delle medie che ci ricordava come gli inglesi, a differenza di noi italiani, hanno "tirato la cinghia", a lungo dopo la fine della guerra e, infatti, nel romanzo più volte si richiamano le ristrettezze economiche e il razionamento che gli inglesi subirono per parecchi anni dopo la guerra, pur avendola vinta.

Non ho trovato altri romanzi della Carnac/Rivett (neppure con l'altro pseudonimo di E.C.R. Lorac che non è altro che le iniziali del suo vero nome e Carol scritta al contrario) ma mi riservo di fare una ricerca su internet per vedere se ve ne siano altri pubblicati in Italia.


domenica 26 marzo 2023

La storia infinita

Ancora una volta siamo costretti a cambiare gli orari.

Ancora una volta non modifico l'ora dei miei orologi meccanici.

Da quasi tre anni, grazie alla pensione, posso continuare a vivere con i miei orari di sempre, anche se sono ovviamente costretto ad adeguarmi all'orario di stato per ogni appuntamento.

Ancora una volta radio e televisione tubano ricordandoci il risparmio di 200 milioni perchè "abbiamo perso un'ora di sonno, ma guadagniamo un'ora di luce".

Una fesseria (il guadagno).

Basterebbe che si rispettassero i tempi naturali del sonno, del lavoro e del tempo libero per non perdere una lira in consumi elettrici.

Le ore di luce sono sempre le stesse, siamo noi che abbiamo distorto i tempi della vita facendo orari inutilmente tardi alla sera ed essendo quindi costretti a rinviare le aperture del mattino, prolungando i tempi di lavoro fin oltre il pomeriggio per sprofondare nella sera.

Me ne accorgo al mattino, quando mi godo la città senza avere appuntamenti particolari che non siano per il caffè o per il pranzo, dove i negozi, che non siano alimentari, bar o edicole, cominciano ad aprire, i più mattinieri, alle 9 - 9,30, per poi perdere l'intera mattinata aprendo anche alle 10,30 - 11, certe categorie merceologiche (come le gelaterie) persino alle 12.

Non c'è nessun risparmio con l'ora legale.

Ma solo la volontà di piegare la Natura ad orari che non ne rispettano i tempi.

E ricordo con nostalgia quell'autunno inverno del 1973, quando, complice l'embargo arabo sul petrolio, i programmi televisivi e cinematografici terminavano improrogabilmente alle 11, per mandarci tutti a letto, nel rispetto dei tempi di una vita sana, con la scusa, anche allora, di risparmiare sull'energia.

domenica 19 marzo 2023

Addio sogni di gloria

Con due pareggi ed una sconfitta in tre partite, il Bologna si avvia a tornare nei ranghi della parte destra della classifica, dopo averci illuso che, complici i quindici punti di penalità inflitti alla Juventus (e per me resta sbagliato punire sul piano sportivo le marachelle amministrative dei dirigenti), si potesse guardare ad un passaggio nelle coppe europee che avrebbe portato un po' di soldi in più e un po' di entusiasmo anche ad una presidenza che ha dato tanto, concede tranquilli campionati (con beneficio per le nostre coronarie) ma nulla più.

Inutile fare analisi tecniche, perchè ormai il Bologna, negli anni, ha cambiato presidenti, proprietari, dirigenti, allenatori, giocatori, ma il risultato se non è cambiato è cambiato molto poco.

L'unico elemento che non è cambiato siamo noi tifosi (e il colore dellla giunta comunale ...), mediamente più vecchi perchè i bambini che si avvicinano al calcio, anche se bolognesi doc, si appassionano naturalmente a quelle squadre che vincono, non ad un Bologna che fa soffrire.

Conosco persino uno che tifa Napoli, una rarità per uno del Nord.

Si sprecano i tifosi della Juventus, del Milan, dell'Inter.

Il prossimo anno, celebreremo il sessantesimo anniversario dello scudetto e diciamo "lo" scudetto e non "il settimo scudetto" (che poi sarebbe l'ottavo se il Bologna riuscisse a farsi valere come ci è riuscita l'Inter nel 2006) perchè probabilmente non ce ne sarà un altro.

Così, non so che giorno sarà il 7 giugno 2024, ma ho in caldo il dvd con lo spareggio Bologna Inter, di quel favoloso 7 giugno 1964.

E il naufragar sarà dolce con quei ricordi in bianco e nero.

 


domenica 12 marzo 2023

Ho scoperto l'e book

Chi mi conosce sa che sono da sempre un lettore assiduo e lo sono rimasto anche ai tempi di internet, nonostante la mia velocità di lettura sia diminuita.

In casa ogni stanza, tranne il bagno ma compresa la cucina, contiene almeno uno scaffale di libri.

Ho portato libri in montagna e in cantina, alla fine sono arrivato alla saturazione totale anche degli angoli più nascosti e marginali.

Preso atto del problema spazio, un anno fa ho ceduto al libro in formato elettronico.

Approfittando di una offerta ho acquistato un lettore e comprato il primo "libro".

Nonostante le mie riserve mi sono trovato bene e, dopo un anno, ho una trentina di libri in formato elettronico e mi porto in giro solo il lettore e non i due/tre o più volumi di un tempo.

Sicuramente di positivo c'è il grande guadagno di spazio (nel lettore le istruzioni indicano la capienza in 8-10mila volumi) ma anche la possibilità di una lettura comoda senza dover tenere a portata di mano gli occhiali da vista che, pur non essendovi costretto, a volte preferisco utilizzare quando trovo testi stampati con caratteri più piccoli del solito.

Mi piace, inoltre, la possibilità di acquistare e avere il volume immediatamente disponibile subito dopo il pagamento (eletronico anche quello), oltre a prezzi "stracciati", con tanti romanzi venduti a 0,99 centesimi, ma con le stesse traduzioni dei libri cartacei.

Sicuramente manca il piacere dello sfogliare la carta, il suo profumo, il suo fruscio, l'uso del segnalibro, tutte cose che fanno amare (di più) un libro cartaceo.

Mi sono così trovato nella situazione di invertire il mio comportamento abituale.

Fino ad un anno fa, guardavo in internet le novità librarie, poi andavo una volta alla settimana in libreria, giravo per guardare quali fossero quelle esposte e compravo (rigorosamente in libreria).

Adesso giro prima in libreria, poi in internet e se c'è il volume di mio interesse in formato eletronico lo acquisto immediatamente, diversamente torno in libreria per acquistare quello cartaceo.

Non so se sia un progresso il passaggio dal cartaceo all'elettronico, sicuramente è una opzione in più a nostra disposizione.

domenica 5 marzo 2023

Il troppo che stroppia

Nel 1977, quando uscì nelle sale italiane StarWars, la fantascienza era relegata nei cinema d'essai e anche in televisione, quando non era negli spazi dei programmi per ragazzi, veniva dietro allo sport e persino ai pettegolezzi su attori e cantanti.

Star Wars cambiò le cose, la percezione della fantascienza e contribuì a far arrivare in Italia anche una serie di grande successo negli Stati Uniti, con tre stagioni sul finire degli anni sessanta: Star Trek.

Il successo di entrambi è stato tale che ha arricchito i rispettivi ideatori che ne hanno venduto i diritti alle maggiori compagnie cinematografiche in cambio di decine di milioni che renderanno la vita facile a loro , ai loro figli, ai figli dei loro figli ed oltre.

Entrambi i programmi hanno avuto, ognuno nel suo ambito, continuazioni di successo, dando anche vita a quelli che si chiamano "spin off", cioè programmi derivati da quello iniziale che prendono in esame la vita e le azioni di personaggi marginali o appena abbozzati nella sceneggiatura principale.

Così è stato per Star Wars e, sotto un certo profilo, è stato per Star Trek che ha cercato inizialmente di dare un orientamento temporale alla storia.

Però adesso la voglia, direi l'avidità, di sfruttare il filone ha ecceduto, dando luogo a continue intersezioni di nuove serie, destinate a chiudersi presto e a non lasciare traccia ma, anzi, a compromettere la bellezza del ricordo di quella iniziale.

In ultimo è uscito o, meglio, è in corso di trasmissione, "Star Trek Picard" che narra la vicenda di un Picard fortemente invecchiato e con la patetica riesumazione di altri personaggi di "Star Trek Nex Generation", ugualmente (e spesso malamente) invecchiati come Numero Uno (Jonathan Frakes nella parte di William Rykard) o la dottoressa di bordo Beverly Cruscher che ricordavo come una bella donna dai capelli rossi e che appare come probabilmente è oggi l'attrice che la interpreta, come una anziana signora più adatta a sfornare torte di mele che a viaggiare per lo spazio.

Paradossalmente il personaggio che sembre conservato meglio è Wolfe, il klingoniano capo della sicurezza, che può giovarsi di un abbondante trucco che maschera l'invecchiamento dell'attore che lo interpreta.

Star Trek Picard mi sembra rappresenti il simbolo dei tempi moderni, con una generazione che non vuole lasciare, e ripete, stancamente, sempre se stessa, in un crepuscolo senza gloria, sottolineato dalla mancanza di colori vivaci e dalla prevalenze di ombre e oscurità nella pellicola giunta venerdì al suo terzo episodio.

domenica 26 febbraio 2023

Riconciliarsi con la televisione

Ogni tanto capita che escano film o sceneggiati che riconciliano con il prodotto cinematografico o televisivo.

Mi è capitato, per il cinema, con American Graffiti e poi con Ritorno al futuro e, adesso, in campo televisivo mi capita con Yellowstone, la cui nuova stagione andrà in onda su Sky Atlantic da mercoledì 1° marzo.

E sono curioso di come la porteranno avanti.

Fino ad ora darei un bel 9, solo perchè non attribuisco mai il massimo dei voti a niente ed a nessuno, perchè non esiste la perfezione.

Yellowstone è un cosiddetto western moderno, ambientato ai giorni nostri e narra degli eredi di una dinastia che, trasferitasi nel Montana durante la Conquista del West (ne è stato fatto un prequel intitolato 1883 i cui episodi sono tutti disponibili su Paramount+) si è assestata in una valle e ha ingrandito le sue attività, superando difficoltà di ogni genere (altro prequel intitolato 1923 è in corso sempre su Paramount+).

Oggi, il ranch, ma soprattutto le terre di Yellowstone, sono ambite dagli speculatori che rappresenterebbero il progresso ed è bellissima la frase, in una stagione precedente, del protagonista (il patriarca interpretato da Kevin Costner) che, candidato alla carica di governatore, si oppone agli speculatori arrivati dall'est, dicendo che se i cittadini vogliono il progresso (rappresentato dagli speculatori) allora non devono votare per lui, perchè lui rappresenta l'opposto del progresso, il muro contro il quale gli speculatori andranno a sbattere.

Una epica che richiama la lotta del Bene contro il Male, della Tradizione contro la presunta innovazione.

Yellowstone non è una serie di buoni sentimenti, ma di Valori forti che possono anche sembrare violenti, ma rappresentano l'essenza del progresso, quello vero, dell'Umanità che non potrà mai proseguire se si recidono le Radici di una appartenenza e di una Storia.

domenica 19 febbraio 2023

L'invasione degli scrittori

Quando entro il libreria, mi sento molto come l'asino di Buridano, tanta è l'offerta, in parte rinnovata ogni settimana, tra la quale poter scegliere.

Solitamente vado sul sicuro, ho una cinquantina di autori che per me sono una garanzia e ogni tanto ne aggiungo qualcuno che sostituisce chi, ormai, non scrive più.

Le aggiunte sono sempre a seguito di una fortunata scelta o di un consiglio appropriato.

Sono anche abbonato ad una rubrica/rivista che ogni settimana propone due, tre recensioni di gialli, oltre ad un paio di bollettini di fantascienza.

Vedo che mi sono proposti autori del tutto sconosciuti, purtroppo spesso è una fregatura, come gli ultimi due di cui ho letto i romanzi gialli (si fa per dire ...) ambientati a Venezia ed a Modena.

E sono proprio questi "romanzi" che mi inducono a simpatizzare con la famosa frase di Fruttero&Lucentini che, a chi contestava loro di pubblicare su Urania solo autori angloamericani, risposero che un disco volante poteva scendere nelle campagne inglesi o nelle praterie americane ma "a Lucca, mai !".

Fortunatamente ci sono altri autori italiani che riabilitano la categoria, ma credo che l'inganno stia nella quantità, in pubblicazioni senza editing, spesso auto pubblicazioni (autopubblicarsi in solitaria un libro costa un centinaio di euro per la prima copia e circa cinque euro per ogni copia successiva, con cinquemila euro uno stampa mille volumi e ... hai voglia regalarli con dedica a chi si conosce !) che vanno ad ingolfare il mercato, abbassando il livello della narrativa.

Vale sempre la pena di provare se un qualcosa nel volume che si ha per le mani ispira una maggior fiducia, ma spesso, sempre più spesso, anche nella semplice scelta di un bel romanzo giallo o di fantascienza da leggere, vale il proverbio popolare per cui chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che trova.

domenica 12 febbraio 2023

L'eccesso di invasività delle app

Ogni tanto mi capita di ricevere sul telefono cellulare, un avviso con il quale una app mi "chiede" l'accesso per poter svolgere qualche funzione assolutamente imperdibile, ma di cui non ho mai avuto necessità.

Ogni volta mando avanti e, ogni volta, vengo avvisato che per procedere la app chiedeva l'accesso alla mia rubrica telefonica, alle immagini e a tutto il resto che era archiviato nel dispositivo.

Ogni volta nego l'accesso e continuo ad usare felicemente il telefono in tutte le sue funzioni a me utili.

Per quanto si sprechino quintali di carta per far sottoscrivere le dichiarazioni "privacy", ecco che la nostra legittima riservatezza può essere messa in pericolo da una semplice distrazione, fretta, stanchezza di ricevere avvisi e voglia quindi di far cessare tale inoltro.

Solo dopo, chi ha accettato tutto, dice "ma io non ho niente da nascondere".

Non è questione di nascondere qualcosa, ma di riservare a se stessi uno spazio di intimità che non sia alla portata del prossimo.

E più tale spazio è grande (come, ad esempio, comprare per quanto possibile usando i contanti, così che le società che gestiscano le carte private non possano venire a sapere cosa ci interessa e quindi quale tipo di pubblicità inviarci) tanto più si espande la nostra Libertà e con essa il nostro Benessere.

Che poi è ciò che conta.

domenica 5 febbraio 2023

Il magazzino perduto

Nei giorni scorsi mi sono "scontrato" per due volte con una caratteristica di oggi: la mancanza di magazzino.

Una volta (e non parlo di tanti anni fa) si entrava in un negozio e si chiedeva il prodotto.

Il commesso andava sul retro e arrivava anche con la varianti del prodotto.

Avevano una scorta, un magazzino, ben fornito.

Oggi, che si tratti di un dopo barba o di una batteria per sostuirne una esaurita, la risposta più gettonata è: dobbiamo ordinarla.

Questo ha, come conseguenza, la difficoltà a trovare pezzi di ricambio per prodotti datati, ma ancora perfettamente in grado di svolgere il compito cui sono destinati (un videoregistratore, una aspirapolvere, una centralina per il controllo da remoto del riscaldamento).

Certamente la mancanza di magazzino deriva da esigenze di presentare bilanci meno appesantiti, ma diventa anche un modo per incentivare un certo consumismo, il peggiore, quello che "butta via", per sostituire con il modello più recente, che differisce anche di poco da quello precedente e con il quale, però non ha compatibilità.