Leggo che per un "concerto" (così li chiamano) di un cantante contemporaneo, si siano presentati in 250mila spettatori paganti (e urlanti, ma avendo pagato un bigliettoforse salato, è loro pieno diritto).
A me sembra una follia accalcarsi all'inizio di luglio per ascoltare delle canzonette.
E non ne faccio una questione di contenuti o di note, perchè ogni generazione ha i suoi orientamenti e ognuno di noi, che abbia sette o settanta anni, ascolta quel che gli piace.
Io penso alle dichiarazioni che emergono da quei giovani nelle interviste lampo dei cronisti.
Ignoranza più che strisciante sulla Storia, un italiano abborracciato e un entusiasmo degno di miglior causa per il cantante di turno.
Ma quel che mi sorprende di più è riferirsi a questo o quel cantante come un punto di riferimento, per la "filosofia di vita" che, francamente, da canzoni quasi tutte uguali, tristi e deprimenti, con lui (o lei) innamorato di lei (o lui) che però lo ignora e pensa ad un'altra per la quale si strugge e via di incastri.
Ascoltando molto la radio, prendo conoscenza di molte canzoni del genere, con timbi di voce quasi identici, con pochissime eccezioni che si fanno ricordare proprio per la loro peculiarità (Corsi, Da Vinci, Annalisa, Noemi i primi nomi che mi vengono in mente e, soprattutto, gli unici che riesco a ricordare e riconoscere tra le legioni di cantanti che passano in radio).
Se anche quando eravamo noi ventenni c'era entusiasmo per l'arrivo di un cantante, non ricordo di aver mai sentito,neppure dai sostenitori più fanatici, che Gianni Morandi o Rita Pavone esprimessero una filosofia di vita.
Cantavano, bene, con un timbro di voce riconoscibilissimo e unico, delle canzonette che alietavano un momento e che magari si ricordavano per sempre proprio perchè collegate a quel momento.
Poi, i riferimenti, i Maestri, erano altri, a volte anche cattivi maestri, ma questa è un'altra storia.