giovedì 14 aprile 2011
Vorrei la pelle nera
domenica 10 aprile 2011
Avete avuto la varicella ?
mercoledì 30 marzo 2011
Salvate la Tigre

E’ una bella notizia di ieri che in India la popolazione delle tigri sarebbe aumentata del 12 per cento arrivando sui 1.700 esemplari. Spero e credo a quegli ambientalisti che dicono che potrebbero essere molte di più: nella zona sud del paese dove si incontrano i Ghati occidentali e quelli orientali un censimento preciso è quasi impossibile. C’è di che rallegrarsi visto che si tratta probabilmente di uno dei più begli animali del creato, e allacciandomi al post di Andrea sull’orso vi sottopongo alcune considerazioni. Al momento della fine della dominazione britannica il numero di tigri era stimato a non meno di 20.000, c’è chi parla di 40.000. Le foreste erano ben conservate, la caccia bene o male regolata dagli inglesi e tutta la vita dei selvatici in genere era abbondante. Poi fino al 1972 praticamente non ci furono regole perché la gestione del patrimonio ambientale passò nelle mani di gente che non ne aveva un’idea: bracconieri, industrie del legname che depauperavano le foreste ecc. ebbero via libera e si arrivò a dover proibire totalmente la caccia alla tigre. Per fortuna. Ma troppi errori furono commessi ugualmente. Siamo arrivati a un punto in cui l’uomo non può gestire più con superficialità la tutela delle specie a rischio, la natura una volta che la si è sconvolta va tutelata con misure attive e con giudizio. Un grandissimo numero di cuccioli di tigre (e di leopardo) viene ora ad esempio ucciso dalle mute dei dhole, i “cani rossi” di cui parlava Kipling nel libro della giungla; animali molto astuti e combattivi, totalmente protetti al giorno d’oggi, e che quindi si sono moltiplicati in molte riserve abitate dalle tigri. La tigre ha un periodo di gestazione di poco più di cento giorni e uno stomaco relativamente piccolo: deve cacciare abbastanza spesso, quindi allontanarsi dai cuccioli che restano così indifesi alla mercè dei cani selvatici.
Il bracconaggio (la caccia è ovviamente straproibita) probabilmente non è più un problema così grande in India (altro discorso in Cina o in Russia) come quello dei dhole e soprattutto le conseguenze dell’antropizzazione. L’invasione dei territori della tigre da parte dell’uomo ha fatto sì che si moltiplicassero gli incontri ravvicinati fra i due e prima ancora fra la tigre e gli animali dell’uomo: il bestiame. Nascono così i cosiddetti cattle-killer: tigri che si abituano a predare mucche, pecore, bufali, allevati nei campi a ridosso delle foreste (già ridotte) e così facendo, in maniera per loro predatori del tutto legittima, vanno a toccare nel vivo la di per sé non certo prosperosa condizione economica di quelle popolazioni. Spesso infatti una famiglia, sempre assai numerosa e in cui lavora solo l’uomo, ha come unica ricchezza patrimoniale uno o magari due capi di bestiame la cui perdita spalanca loro le porte della miseria più totale. Nulla importa loro che il responsabile sia di una specie protetta e a sua volta “vittima” di quella situazione: si innescherà una catena di vendetta del tutto umana (siamo noi infatti l’essere più vendicativo) che porterà ad indiscriminati avvelenamenti e intrappolamenti di tutte le tigri (e altro) della regione incidendo pesantemente in quel bilancio già fin troppo in rosso. E’ perciò necessario che il governo indiano, nella persona degli ufficiali forestali, dia luogo a un processo di indennizzi rapidi e certi in tutti questi casi o la situazione potrà solo peggiorare.
Per non parlare poi se un cattle-killer si trasforma in man-killer o man-eater (questa distinzione, credo recente, distingue le tigri che uccidono uomini nelle foreste da quelle che li vanno a predare nei villaggi e addirittura dentro le case). In questi casi, di cui qui da noi poco si conosce, ma ancora nel 2011 capitano eccome (potete cercare su internet nella stampa locale indiana), le azioni/reazioni ovviamente si amplificano ultreriormente. Celebre lo scorso anno il percorso della tigre di Faizabad allontanatasi dalle foreste dell’Uttar Pradesh e penetrata nei campi di canne da zucchero, cacciata e terrorizzata dagli abitanti dei villaggi arrivata fino quasi a Lucknow poi a Faizabad, percorrendo 300 km in qualche mese. Tigre che durante il suo peregrinare ha ferito e ucciso diverse persone fino ad essere dichiarata man-eater e alla cui ricerca si dedicarono invano i migliori veterinari del paese (per anestetizzarla e portarla in uno zoo: la tigre anche se antropofaga, è pur sempre a rischio di estinzione e oggigiorno si cerca fino all’ultimo di salvarla). Tigre che eluse tutte le trappole degli ufficiali del governo e divenne un problema piuttosto serio tanto che quando alla fine fu dato l’ordine di abbatterla e nessuno ci riusciva le stesse guardie forestali se la videro brutta alcune volte ad affrontare l’ira della folla di parenti e amici di chi aveva perso un proprio caro. In 19 villaggi della zona le scuole furono chiuse per mesi e la situazione era quasi disperata. Guardando in Google maps la zona si vede che è comunque densa di case, paesi, strade: sembra incredibile che un animale così grande sia riuscito ad eludere tutti per tanto tempo nell’era della globalizzazione e del digitale. In fondo mi fa piacere pensare che il mondo non sia ancora del tutto “addomesticato” (la storia della tigre di Faizabad ha avuto comunque un epilogo).
In definitiva spero tanto che nei prossimi anni un grande paese come l’India riesca a porre rimedio a tutti questi problemi e a far sì che uno dei suoi simboli più amati si moltiplichi sempre di più portando alle generazioni future l’emozione del suo richiamo nella giungla, il brivido della sua maestosità.
martedì 29 marzo 2011
Dopo DINO la storia continua
domenica 27 marzo 2011
Un piccolo grande amico
domenica 20 marzo 2011
Perché la Libia?
sabato 19 marzo 2011
Ancora sull'unità d'Italia
Cari amici, innanzi tutto desidero dare il mio personalissimo benvenuto ai nuovi compagni che si sono uniti a noi, sono sicuro che la loro presenza costituirà nuova linfa per le nostre divertenti discussioni. E vengo al punto.Massimo, oggi il revisionismo storico, strumentale all'affacciarsi nel mondo della politica di forze nuove come la lega, è di gran moda, ma, purtroppo a causa dei troppi giornalisti che si improvvisano storici, rimescola le carte e non fa un buon servizio alla storia. A sua volta la storia non è una scienza ed è costellata di giudizi di valore però alcuni dati di fatto sono innegabili. Invito dunque a leggere più libri di storia e meno esercitazioni giornalistiche funzionali alla messa in campo di progetti politici...
L'unità d'Italia si realizzò grazie ad una serie di eventi casuali e favorevoli nel 1861 con uomini come Garibaldi, Cavour e Mazzini: Risorgimento caldo e risorgimento freddo. E finalmente il sogno di un italia unita, già presente in spirito da molti secoli, trovò compimento nell'unità politica e amministrativa. Certo vi furono brutture e violenze ma alla fine di questo processo storico era nata una grande potenza europea e una nazione.Così l'talia entrò nella modernità.
Mi dirai che sono scontato e scolastico ma molti uomini politici oggi sembrano ben lontani anche dalla licenza elementare..... Giova dunque ripetere!
Il tema oggi è che la lega vorrebbe la secessione : lasciare il sud al suo destino e veleggiare verso il benessere economico al traino del nord europa.
Io ritengo invece che l'unità con il sud sia imprescindibile e che una classe dirigente avvertita debba sviluppare le risorse , in termini di patrimonio culturale e di turismo, di cui questa parte del paese è ricca. Senza dimenticare la lotta alle mafie.
L'egoismo politico e sociale non ci renderà migliori.
giovedì 17 marzo 2011
150 anni d' Italia
martedì 8 marzo 2011
Benessere degli animali
Nella foto piccolo di cervo da me fotografato a poche ore dal parto la primavera scorsa.
mercoledì 2 marzo 2011
Caccia sì, ma...

Vedo che si è finiti a parlare un po' della caccia e vorrei scrivere qualcosa per chiarire come la penso. Premesso che io non ho mai cacciato e mai penso lo farò a questo punto della mia vita, anche perché non mi appassionerebbe la caccia fatta qui da noi ad animali per lo più immessi e comunque, diciamolo, "indifesi". Parlerò dunque di "caccia grossa". La prima cosa che mi viene in mente è che bisogna distinguere fra la caccia fatta come si deve, diciamo pure "sportivamente", e lo sparare indiscrimintamente a tutto ciò che si muove. Sono un pescatore (d'estate) e noi pescatori abbiamo la possibilità di scegliere se trattenere o meno le prede (il "catch and release" è ormai diffusissimo anche in Italia per tutelare il patrimonio ittico autoctono), i cacciatori non hanno questa scelta. Entra quindi in gioco il concetto di caccia di selezione, mirata all'abbattimento di un certo numero di esemplari affinché gli altri possano vivere meglio. Così è nelle montagne di Andrea e così è ad esempio nelle grandi riserve africane. Qundo andai io in Botswana la popolazione di elefanti si aggirava sui quarantamila esemplari. E' ovvio che bisognava limitarli per quanto il territorio sia vasto. Se guardate in internet è possibile consultare i siti delle grandi organizzazioni di safari nell'Africa subequatoriale: al cacciatore americano o europeo che sia vengono in pratica venduti sulle licenze di caccia un certo numero di capi (che poi sarà il professionista che lo accompagna a scegliere) a un prezzo che non si può certo definire alla portata di tutti. Parliamo di decine di migliaia di dollari, insomma una cosa da ricconi. Ma questo afflusso di capitali è assolutamente una delle principali fonti di guadagno per i nativi di quelle zone altrimenti privi di tutte le opportunità della società civile. L'industria africana della caccia che viaggia parallelamente a quella del turismo nei parchi, è forse ancora più redditizia date le cifre che muove. Naturalmente la cosa deve essere fatta con un occhio di riguardo alla salvaguardia delle specie: il rinoceronte nero credo non sia cacciabile e anche quello bianco deve avere numeri bassissimi e costi spropositati. Non ci sono invece per gli anni a venire problemi per gli altri quattro "big five": elefante, leone, leopardo e bufalo. Così come per le innumerevoli specie di antilopi, gli ippopotami e tutto quanto potete vedere in qualsiasi documentario di National Geographic. Ora, qualcuno obietterà, ma perché sparare a quei bellissimi animali e che gusto c'è poi con i fucili potentissimi del giorno d'oggi? Alla prima obiezione ho già risposto sopra, sul fatto poi che qualcuno pensi che sia una cosa facile aggiungerò alcune considerazioni. Intanto sì, è vero, se sparo a un leone a 180 metri di distanza su terreno aperto mirando con l'ottica, l'unico problema l'ho avuto qualche giorno prima al campo base a registrare il mirino e dovrò tutt'al più correggere l'alzo e tenere conto del vento. (La distanza che ho citato comunque è bassa, tenete presente che il "record mondiale" accreditato ad uno "sniper" è di un soldato alleato durante la prima guerra afgana contro un talebano da oltre 2000 metri! E non è come nei film dove si vede solo una macchia di sangue magari sulla fronte del cattivo: a quella distanza il proiettile entra in caduta sopra la testa e della testa non rimane nulla. Non lo possono fare vedere così nei film). Ma tornando al leone, diversa cosa è se lo si bracca da vicino su terreno accidentato, magari erba alta o altissima e alberi dove il suo mimetismo è davvero impressionante. Certo c'è con voi il ph, il professional hunter, con un fucile ancora più grosso del vostro, perché nel 2011 nessuno va più da solo dietro a questi animali. Una volta c'era chi lo faceva. Non parliamo poi se il leone è leggermente ferito o se è antropofago. Quando il leone vi carica raggiunge la velocità di 80 chilometri all'ora e viene avanti a balzi di 20 metri. Se siete fortunati e lo vedete che vi carica da almeno 100 metri avete il tempo di sparargli solo due volte e la seconda volta è già a una ventina di metri... Credo che sia abbastanza sportivo fatto così o no? Anche perché se vi trema la mano non è come la lepre o il cervo che vi sfugge, ma diventa doloroso assai. Apro una parentesi per una similitudine con un'altra cosa che è a mio avviso più barbara della caccia: la corrida. Anche lì sento la gente esultare quando il toro ferisce il matador e ci può stare. Anche se il toro muore solo pochi minuti dopo che l'uomo comincia a "giocarci" e riceve tutte ferite a caldo (un po' come quando si fa a pugni e non si sente male al momento) quindi tenuto conto che il resto della sua vita è stato nei pascoli più belli, coccolato e ben nutrito, mi fa molto ma molto meno pena dei manzi macellati in batteria. Il guaio è che la corrida da un sacco di tempo (un secolo?) viene taroccata. Picadores e banderilleros che dovrebbero solo correggere i difetti di carica del toro per permettere al matador l'esecuzione delle faenas più classiche non fanno che brutalizzargli collo e schiena. Alla fine il matador per non saper di storie pianta la spada in un punto qualsiasi del collo e, siccome conosce bene la fisica degli spostamenti del toro, così "barando" non rischia neppure. Ma le regole non sarebbero quelle e se ogni tanto ci scappa il ferito o il morto è per un evento sfortunato, tipo una ventata o un inciampo, non certo perché il matador espone il petto "recibiendo" il toro come facevano una volta. E' come viene fatta la cosa che fa la differenza. E tornando alla caccia, per me, se uno ha il coraggio di esporsi in prima persona, a piedi, in un ambiente assolutamente ostile, beh tanto di cappello, io preferisco fare foto, parlarne e leggerne. Leggere di quegli uomini come Alexsander Siemel, l'ultimo "tigrero" (tigre in sudamerica è il giaguaro) l'avventuriero lituano che visse in Brasile nel Pantanal imparando e tramandando l'antica arte della caccia al giaguaro con la zagaglia (lì oltre al coraggio ci vuole pure la forza) e soprattutto Jim Corbett, per il quale dovrei scrivere troppo: per chi non lo conosce un precursore della salvaguardia dell'ambiente e del suo grande amico/nemico, la tigre. "Nemico" perché dal 1907 al 1938 fu chiamato ad abbattere 9 tigri (più tre leopardi) che avevano ucciso circa 1200 esseri umani! Fa parte della storia dell'India. I suoi libri autobiografici sono eccezionali. Siete mai andati per funghi, magari nelle montagne dove lavora Andrea, o anche qui da noi? E' per dare un'idea dell'ambiente delle colline alle pendici dell'Himalaya, fatto di fitte foreste attraversate da sentieri e fiumi alimentati delle nevi perenni. Ogni tanto un villaggio. E tutti chiusi in casa per settimane perché magari in quel periodo un tiranno dalla pelle a strisce impone un coprifuoco che mai nessun'altra autorità riuscirebbe a far rispettare. In giro ci siete solo voi e lui che vi cercate nella foresta dove si vede a pochi passi e sta venendo buio...
